Aspettando il sole

a cura di Sara Dias

Attesa, indugio, tergiversazione, pausa, sospensione, sosta, ansia, curiosità, inquietudine,
apprensione, angoscia, speranza, aspettativa, fiducia; un variegato sommario di vocaboli in grado di
descrivere in modo abbastanza puntuale la maggior parte degli accadimenti che costituiscono la vita
umana.


Entro tale frammentato prontuario di codici e termini si insinua l’artista, figura capace di
addentrarsi fra le pieghe della temporalità al fine di cogliere anche solo per un istante l’insistente
ronzio insito in ogni cosa. La prerogativa di un tempo lineare e consequenziale in cui ad ogni azione
corrisponde necessariamente una definita conseguenza appare ai suoi occhi ormai un’utopia
trasognata ed irrealizzabile; un modello desueto ed al contempo estremamente radicato nel
quotidiano agire.


In una società frenetica come quella odierna, ogni momento improduttivo sembra dover essere
irrimediabilmente sacrificato all’oblio; non vi è un tempo necessario e funzionale da poter dedicare
al sé che non venga, poi, successivamente intriso nel senso di colpa e nella dogmatica concezione di
responsabilità individuale.
Ad alimentare tale erronea convinzione è la tendenza che ci spinge a produrre senza sosta e a
considerare la sospensione dell’azione come un fallimento o peggio come una codarda via di fuga.
La richiesta è unica e imperativa, essere performante; rendersi performante a qualunque costo fino
ad arrivare al limite delle proprie possibilità.


In tale quadro, la necessità di un prezioso tempo in cui recuperare le energie ed imparare
consapevolmente a gestirle, preparandosi lentamente a nuove emersioni, diviene un sacrilegio
letale. Lasciar sedimentare dentro di sé gli stimoli e le influenze esterne è concesso ma solo a patto
che tale approccio resti circoscritto in un tempo modesto; ogni ingranaggio deve essere funzionante
ed al proprio posto, pena la sostituzione e l’allontanamento dal ruolo fino ad allora occupato nella
grande macchina produttiva.


Poter ostacolare un sistema così ben oliato e fulmineo sembrerebbe impossibile eppure è proprio in
tale direzione che si muove il lavoro di Serena Ciccone.
Si tratta di un tentativo paziente, di un lento aprirsi; uno schiudersi che fa del silenzio e della
vulnerabilità potenti strumenti di emancipazione ed autodeterminazione.
L’artista, disponendosi in ascolto della temperie, è in grado di aprire delle voragini profondissime
ed abitabili; ciò grazie ad un’indagine capillare ed analitica delle insenature che compongono il
perimetro del suo operare. Non vi è imposizione ma ascolto graduale, cadenzata sospensione.
Il suo è un lavoro per velature, per stratificazioni sottili; le opere indugiano erranti sulla soglia della
visione, attendendo d’essere accolte dal fruitore.
Esse non premono, non spingono ma gemono; i margini sono sfrangiati, morbidi ed al contempo
tenaci, fieri, indomiti.


La consuetudine impone una misurazione esatta di ciascuna esperienza come se il significato di un
qualcosa fosse misurabile nella capacità che esso ha di aderire a canoni specifici o a richieste di
mercato ben delineate, ebbene Aspettando il sole si offre in quanto narrazione contraria e parallela
capace di trasformare l’indeterminato in strumento d’azione.
Sarebbe difficile incasellare il progetto di mostra entro un univoco ambito narrativo poiché le opere
proposte si diramano e si espandono tramite delicatissime connessioni, ma possiamo sicuramente
evidenziare come vi sia una tacita benevolenza nei confronti del disordine, del caos, di quella
confusione vitale che rende significativo ciascun percorso artistico ed umano.
Non vi è il desiderio di esporre in modo perentorio e conclusivo un risultato di ricerca ma piuttosto
di presentare una mappatura multiforme che possa stimolare nell’altro riflessioni circa la
complessità che ci avvolge.
Si tratta di suggerimenti sussurrati all’orecchio e non di omelie da pulpito.

Inoltre, il ruolo centrale destinato alla fragilità è esplicitato attraverso il legame con la maternità,
condizione che Ciccone affronta nel proprio lavoro rinunciando ad ogni forma di semplificazione.
Il diventare madre si dimostra una soglia cruda da attraversare a piccoli passi, un’area di transito
non priva di sofferenze e lacerazioni. Ciascun tentativo di edulcorazione è ripudiato.
Per secoli la condizione della maternità è stata correlata ad uno stato di eterea beatitudine, come se
il potere di generare fosse un sacro privilegio concesso al femminile da cui non potersi sottrarre.
Il paradigma di Maria emerge costantemente in quanto monito contro ogni forma di pensiero che
possa svincolare e allontanare la madre dal suo ruolo totalizzante.
In tale concezione, quest’ultima è prossima alla sparizione; non vi è supporto o sostegno poiché il
suo ruolo è percepito come un qualcosa di “naturale” e di conseguenza non soggetto ad alcun tipo di
esposizione alla vulnerabilità.


Per la madre non c’è pietà o titubanza, né supporto o riconoscimento.


Ella è il “solido pilastro” d’ogni architettura; sarà per questa ragione che quando vengono meno le
illusorie dottrine attorno all’argomento, il crollo è percepito con un così grande fragore.
A questo punto si rende evidente come il problema non stia nella costruzione edificata dalla madre,
ma nelle condizioni infrastrutturali implicite che la avvolgono.
La madre in molti casi è sola a mediare tra il viscerale senso di cura e protezione sviluppato nei
confronti della creatura generata ed al contempo la progressiva perdita di identità a cui è sottoposta.
L’altro, l’intruso, l’imprescindibile la costringe a percepire se stessa e la realtà circostante in modi
completamente rinnovati. Vi è una mutazione estrema che invade ogni ambito della sua esistenza,
coinvolgendo corpo, percezione e psiche.


Ambivalente è il portato affettivo che la maternità è in grado di smuovere, da un lato si è schiacciati
dal cambiamento che essa impone mentre dall’altro si sviluppa un sentire poderoso ed inspiegabile
nei confronti del nascituro.
Dei piccoli lutti avvolgono l’organismo che cerca di rincorrersi, di somigliarsi dentro, tentando
affannosamente di trattenere l’immagine del sé fino a quel momento posseduta.
È in tale macro-area concettuale che la fragilità viene assunta da Serena Ciccone in quanto forza
visiva, in quanto coefficiente narrativo in grado di innescare un processo capace di trasformare la
frustrazione e la rabbia in elementi cardine per la costruzione un rinnovato abecedario di gesti ed
emozioni. La rabbia sottaciuta nella maternità, emozione presente e persistente, trova così una
sublimazione grazie al dispositivo pittorico.


Inoltre, l’elemento del gioco ed il legame con la fase del pre-linguaggio, insiti nella produzione
dell’artista, divengono metafora di un processo di lavoro costituito a partire da un tempo
frammentato; da una necessità di produrre e creare in ritagli di tempo, dovendo forzatamente
mediare tra spinta impetuosa ed interruzione concreta o fisiologica.
Le opere si sfaldano nello spazio, lo avvolgono, lo invadono, se ne impossessano e allo stesso
tempo si nascondono in esso, scavano nicchie, cercano rifugi.
Esse penetrano le superfici nell’attesa di un raggio di sole che, posandosi su un bocciolo, gli
permetta di sbocciare.
Indugio, tergiversazione, pausa, sospensione, sosta, ansia, curiosità, inquietudine, apprensione,
angoscia, speranza, aspettativa, fiducia.
Si tratta di un germogliare lento, di un fiorire a più tempi.
Sara Dias