Vuoto (Io) Fecondo.

Giulia Pontoriero

Vuoto Fecondo, un titolo ammantato da una carica ossimorica tutt’altro che progressiva ma esplicitamente dichiarata ed immediata, un accostamento volontario di due tratti semantici opposti, i cui loro significanti metalinguistici giocano in un continuo rapporto fra pregnanza simbolica singolare e duale. Se di dualità e singolarità, come enti, si parla, il titolo, per l’appunto, anticipa una riflessione, da un lato semantica, in quanto associazione fra simbolo-significato, dall’altro semiotica in quanto entità duali, volutamente rese figurate e anti nominaliste, grazie alla scelta di renderle

Assolute grazie alle iniziali in scrittura capitale. E se, ancora, è la stessa natura semantica del nome ad attivare un processo combinatorio per mezzo della retorica, questa si avvale e accetta anche il suo opposto, nonché quella diabolica, dal greco diaballein, discernente. La chiave di lettura per una corretta potenza immaginifica non è limitata ad una traduzione univoca, ma insiste proprio sulla sua molteplicità, marcando nella sua polarità una presunta indefinibilità proprio dalla sua universalità nominale.

Se lo si legge ad alta voce, Vuoto Fecondo, devia la sua lettura definitiva nella presenza di un fonema mutevole, lo stesso che sottintende al suo rafforzativo, dunque Fecondo, nel medesimo spazio temporale, un atto potenziale singolare. Vuoto Fecondo, quindi, Vuoto (Io) Fecondo. Nell’illuminante saggio di Giangiorgio Pasqualotto, Estetica del Vuoto, sulla natura ontologica del Vuoto viene marcata la distinzione fra la sua concezione estetica fra Occidente, la nostra, e Oriente, seppur considerando anche a loro interno la presenza più o meno marcata di sfumature concettuali.

Ciò che appare chiaro mancare nella cultura occidentale, una volta presa coscienza della natura di quella asiatica,  è l’accettazione di un dato di complementarietà che lega il vuoto con il pieno, e, di contro, accettare la volontà di trascendenza quasi personificata degli stessi, ma condizionata però dalla presenza di un criterio di giudizio comparativo. Ciò che non si considera è che da tale comparazione si annichiliscono, annullandole  o limitandole al mondo ideale le stesse entità.

Se ad oggi, pensiamo al Vuoto, non possiamo non associarlo culturalmente e storicamente ad una sfera percettiva di una non-realtà pensata in termini negativi: la morte, il nulla, la noia e così via. Certamente non qualcosa-in-quanto-altro, quanto più qualcosa associabile ad un ingranaggio perdente la sua funzione, il suo étant vital.

D’altronde seguendo un vecchio detto, «facile è accorgersi della presenza del vuoto, difficile è accorgersi che il vuoto costituisce parte integrante e funzione costitutiva dell’essere». Ragionando in altri termini e considerando più vicina la filosofia orientale, considerare il Vuoto Fecondo, significa ammettere che nella sua natura di non-essere diventi la funzione costitutiva e potenziale dell’essere. E per ribaltare drasticamente il concetto, bisognerebbe riconsiderare la percezione stessa del Vuoto, mettendolo a confronto con il suo interlocutore primigenio, lo sguardo. Si considera vuoto ciò che non appartiene al mondo visibile, poiché vediamo solamente quello che guardiamo. Tutto ciò che vedo è alla portata dello sguardo, lo stesso che determina parallelamente il principio motorio del mio movimento oculare e dunque l’atto di potenza del visibile; un epifania potenziale dell’Essere in quanto presente al mio sguardo.

Come ente, il corpo reale è vedente e visibile; si tocca toccante. Ed è comune trascurare tutto ciò che non risponde a tali requisiti, poiché per esistere necessita di essere concretamente presente. Concepire il Vuoto, quale ente non visibile, come Fecondo, ammette la non veridicità antinomica e binaria fra presenza e assenza, ma sostituisce nel rafforzativo la carica energetica e generatrice. Questa mostra riporta alla luce la rilevanza nel considerare che la visibilità manifesta delle cose possa essere accompagnata verso una visibilità segreta, rivendicando la potenza generatrice dell’atto artistico in quanto medium contenitore ontologico.

https://segnonline.it/librarsi-nellaere-il-corpo-germe-di-vuoto-fecondo/

I lavori di Serena Ciccone, abbraccianti le teorie fisico-quantistiche oltre che energetico-spirituali, testimoniano l’esigenza di guardare la realtà attraverso una visione particellare inevitabilmente influenzata da quella immaginifico-pittorica, la quale rivendica la reciprocità complementare fra la presenza e l’assenza, fra l’effimero e il concreto, fra lo spazio e il pigmento pittorico. Nella sua pratica l’artista smonta l’immediatezza del dato visibile unico, sovrapponendo in esso un reticolo ritmico e aritmico di continue realtà visive oniriche, come soglie cromatiche che si alternano e si stratificano affiancante ad un Vuoto immanente. Se da un altro il dato non visibile, epifanico, si concretizza attraverso il pigmento, che gradiente impressiona la superficie pittorica, dall’altro si condensa astraendosi costringendo lo sguardo ad indirizzarsi verso una visione microscopica.

photo credits Giulia Pontoriero