Sotto la superficie delle cose

“Influenzata dalle filosofie orientali e dagli studi sulla materia, la mia ricerca artistica si sta dirigendo verso la scoperta del vuoto. Le scoperte scientifiche dell’ultimo secolo confermano ciò che i Buddhisti avevano compreso 3 millenni fa: siamo fatti di niente. In questo senso, la meditazione diventa non solo un mezzo per il raggiungimento del benessere psico-emotivo, ma anche un potente strumento di conoscenza. Attraverso il linguaggio visivo, le mie opere tentano di tradurre la consapevolezza di questa vacuità.”

Chi opera nell’ambito dell’arte visiva conosce la necessità profonda che sta alla base della creazione di un’immagine. Definirla semplicemente come bisogno di espressione risulta riduttivo. La pratica artistica visiva rappresenta piuttosto una forma di indagine intuitiva che, quando dialoga con altre discipline teoriche e filosofiche, può generare esiti inattesi e complessi.

La mia ricerca artistica nasce da un’esplorazione progressiva della percezione, della realtà e dell’esperienza soggettiva, spingendosi verso territori sempre più sottili, ai limiti del visibile. In questo processo, l’interesse iniziale per la ritrattistica ha lasciato spazio a una ricerca di tipo fenomenologico, focalizzata sulla relazione tra luce, spazio e percezione visiva.

Un ruolo centrale è stato svolto dalle architetture del quartiere romano del Tufello, osservate come dispositivi visivi e simbolici. In quel periodo di intensa indagine personale, mi sono confrontata con testi filosofici e urbanistici che riflettono sulla possibilità — e sull’impossibilità — di perdersi nello spazio urbano contemporaneo. Questa riflessione è diventata una vera e propria metodologia di lavoro, portandomi a osservare l’ambiente costruito con attenzione alle variazioni di luce, alle ombre e soprattutto agli spazi vuoti.

Il vuoto, presente sia nelle filosofie orientali sia in alcune tradizioni occidentali come lo gnosticismo, è inteso come una forma di energia potenziale e generativa. Al contrario, la nostra epoca è segnata da una sovrapproduzione di immagini che rischia di indebolirne il valore simbolico. L’eccesso visivo rende difficile la contemplazione e la riflessione, trasformando l’immagine in informazione rapida e consumabile. Come osservato da Gillo Dorfles, l’antico Horror Vacui lascia oggi spazio a un Horror Pleni, una saturazione visiva che produce disorientamento.

All’interno di questa riflessione, il mio lavoro affronta il tema del vuoto come spazio di pausa, respiro e rigenerazione. Il vuoto diventa una condizione necessaria alla creazione, un intervallo capace di generare nuove possibilità visive e concettuali.

La ricerca si concentra inoltre sul confine tra sensazione visiva e interpretazione cognitiva. Gli spazi rappresentati suggeriscono un dialogo continuo tra interno ed esterno, tra ciò che appare e ciò che viene percepito. Non esiste una separazione netta, ma un continuum che si attiva attraverso lo sguardo e la posizione dello spettatore.

L’osservazione dell’architettura apre inevitabilmente interrogativi sul ruolo dello spazio nella vita privata e sociale. I palazzi del Tufello diventano contenitori di esistenze invisibili: finestre, superfici e muri evocano la presenza di corpi, luci, energie e relazioni. Se da un lato l’architettura domestica garantisce protezione, dall’altro crea una separazione dall’esterno, ponendo questioni legate all’isolamento e alla relazione.

L’idea di un’architettura aperta, capace di favorire scambi e accoglienza, emerge come possibilità concreta. È significativo osservare come la progettazione della casa — storicamente associata alla sfera femminile — sia stata quasi sempre affidata a una visione maschile, evidenziando una frattura tra esperienza dell’abitare e progettazione dello spazio.

Senza l’intento di elaborare una teoria architettonica, questa ricerca si colloca nel dialogo tra arte visiva e architettura, riconoscendo all’arte un ruolo comunicativo fondamentale. In particolare, viene messo in discussione il concetto tradizionale di bellezza, oggi sempre più relativo e culturalmente determinato.

Come suggerisce Alain de Botton in Architettura e felicità, percepiamo come belle le forme nelle quali riconosciamo un nostro modo di vivere e di interpretare il mondo. La ricerca artistica torna così all’essere umano, alla necessità di comprendere i suoi bisogni percettivi ed emotivi affinché il benessere individuale possa riflettersi in un benessere collettivo.

https://modernism.vienna.info/it/articles/interview-eric-kandel