L’osservazione dello spazio mi spinge a domandarmi che funzione questo possa svolgere all’interno della vita privata e sociale di ogni essere umano, uomo e donna. I palazzi del Tufello mi lasciavano immaginare quante vite si svolgessero al loro interno, curiosavo tra le fessure delle finestre immaginando la luce che entrava, e le energie che ne uscivano, se mai ne uscissero. Le mura imponenti delle nostre abitazioni, se da un lato ci garantiscono riparo e protezione, dall’altro, inevitabilmente, rappresentano una separazione netta dall’esterno
L’idea di un’architettura aperta, che garantisca accoglienza e scambi relazionali, potrebbe non essere solo un’utopia, ed è curioso che la progettazione della casa, luogo nel quale sin dall’antica Grecia erano relegate le donne, e quindi culturalmente inteso come luogo dell’abitare tipicamente femminile, sia da sempre stato affidato alle mani di uomini.
Partendo dal presupposto che la collettività sia un insieme di individui e individue, si dà per scontato che una società sana sia composta da individui sani, e quindi felici. Non sta di certo a me fare un trattato di architettura, poiché non ne ho le competenze, ma ciò che mi ha incuriosito è il rapporto che esiste tra architettura e arte visiva. Quest’ultima ha indubbiamente un ruolo comunicativo molto importante, soprattutto per ciò che concerne l’ormai sorpassato concetto di bellezza. Alain de Botton, nel suo architettura e felicità, propone una nuova definizione dell’idea di bellezza, dando per assodato la sua natura inesorabilmente relativa e culturale. Per Botton, la forma che appare bella al nostro occhio interiore è la forma nella quale riconosciamo un nostro proprio modo di intendere la vita.
Torniamo, di nuovo, allora, a noi stessi, alla necessità di conoscere l’uomo e la donna per garantire un benessere individuale che si rifletta su un benessere collettivo.