Perdersi nel viaggio

Il viaggio rappresenta una funzione speciale nella ricerca di qualunque artista. In un momento particolare della mia vita, l’esigenza di viaggiare si è trasformata fino a diventare necessità di perdermi.  

Più o meno coscientemente, e inevitabilmente, le suggestioni, gli sguardi, con cui si viene a contatto e i consequenziali scambi che si mettono in atto durante il nostro percorso, influenzano le immagini che produciamo. 

Questo è il motivo per cui ho fatto del “Perdersi” una vera e propria metodologia di lavoro.

Non cercavo più posti lontani da raggiungere in aereo. L’esigenza era quella di lasciar fluire il tragitto alle mie spalle senza necessità di controllo. Anche a due passi da casa. 

Sarà questo il motivo per cui mi piace il treno. Questo va, dritto per la sua strada concedendoci il privilegio di uno schermo in continuo mutare, il finestrino al nostro fianco. 

Nel mio presente, forse perché mi sono appena liberata dell’automobile, il treno rappresenta la mia unica speranza di libertà, ma non è solo questo il motivo per cui ne sono invaghita. 

Le stazioni sono dei luoghi speciali. In un affascinante groviglio di ferrose rotaie, fitti tralicci e fatiscenti pensiline, l’umanità attraversa se stessa in un gremito via vai di incombenze, appuntamenti, progetti e sogni.

Quando riflettevo sull’idea di architettura aperta, un mio amico mi parlò dell’opportunità che proprio le stazioni ferroviarie potevano offrirci. Impermanente, l’umanità le popola, vi si incontra, vi prende e vi lascia qualcosa di sé. 

Concentrata sulle riflessioni che connettono felicità umana ad architettura, funzionalità sociale a urbanistica, la domanda mi viene spontanea: può una stazione ferroviaria di una piccola cittadina di provincia essere elevata a modello abitativo del nuovo millennio?  

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