La creazione di un’immagine

Narrare attraverso le immagini

Non è molto chiaro il motivo per cui la nostra esistenza, effimera ed evanescente, richieda da sempre, per l’uomo e per la donna, la necessità di narrarsi e di farsi narrare. La voglia di lasciare una traccia di sé in questo mondo potrebbe sembrare la risposta immediata, ma da sola non è sufficiente. L’atto del narrare prevede inevitabilmente la dimensione del comunicare, e la comunicazione avviene, spesso, attraverso le parole. Il linguaggio organizza l’esistenza, ed è in questa dimensione che si colloca la mia visione del “narrare”. Si racconta, e ci si racconta, utilizzando un linguaggio, e, raccontandoci, affermiamo la nostra esistenza. La narrazione è un atto dell’essere che serve a ricordarci che “siamo”.

 Esiste, e forse in una modalità più pura e immediata rispetto alle altre, una forma di linguaggio a me cara: la comunicazione visiva.

Creare lo spazio

Chi si occupa di arte visiva, sa bene quale necessità si cela dietro la creazione di un’immagine. Affermare che sia un desiderio di espressione suona piuttosto banale. La pratica visiva consente una forma di indagine di tipo intuitivo che, se supportata dallo studio di altre discipline, sfocia in soluzioni del tutto sorprendenti. Il mio esercizio visivo mi ha messo di fronte alla necessità di indagarmi e indagare la realtà in stati sempre più sottili, ai limiti del visibile. E’ qui che la tendenza ritrattistica ha lasciato spazio ad una ricerca di tipo fenomenologico della luce e dello spazio.

I palazzi del Tufello. Immagine e immaginazione

Le architetture del quartiere romano denominato Tufello, in questo, sono state di grande aiuto. In quel periodo ero molto concentrata sull’indagine personale. Mi interessai alla possibilità -e l’impossibilità- di perdermi all’interno di una città come Roma. Facendo di questa ricerca una vera e propria metodologia di lavoro, mi sono lasciata incantare dallo spazio circostante, cogliendone sfumature, le luci e le ombre. Prestai particolare attenzione al ruolo giocato dagli spazi vuoti.

Vuoti e pieni. La potenza di un’immagine

Secondo le filosofie orientali, ma anche alcune antiche occidentali – se si pensa allo gnosticismo – il vuoto è anch’esso una manifestazione di energia, e quindi può essere fecondo. Viviamo una civiltà in cui la sovra produzione di immagini rischia di far perdere potenza alle immagini stesse. Il segno, il simbolo, che serve a dare un senso alla nostra esistenza, finisce per perdersi all’interno di una vastità di stimoli di fronte ai quali non abbiamo neanche tempo di soffermarci a riflettere. L’antico Horror Vacuii, che caratterizzava la produzione dell’uomo primitivo, lascia il posto ad una confusione generata proprio dalla condizione opposta, quella attuale, che Gillo Dorfles ha definito Horror Pleni.

Di fronte a questa considerazione fortemente politica, ho sentito urgente la necessità di affrontare il problema del vuoto, cercando soluzioni visive che dessero il senso a ciò che stavo narrando. Il vuoto, tanto temuto dall’uomo del passato, prevede e permette l’inserimento di una pausa, di un respiro, all’interno del quale è possibile rinnovare – e rinnovarsi- e, quindi, creare, proporre soluzioni nuove.

Alla ricerca di ciò che distingue la sensazione visiva dall’informazione che arriva al cervello, i miei spazi suggeriscono un dialogo, o forse una fusione, tra ciò che appare dentro e ciò che appare fuori. Essi tentano di dimostrare che tra le due dimensioni non c’è rottura ma piuttosto un continuum, la cui esperienza deriva dalla posizione dello spettatore.

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10 commenti

  1. Luce e spazio, le due essenze della creazione di un’immagine. Condivido pienamente! E complimenti per il post interessante e davvero esaustivo!

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